"Luci ed ombre del testamento biologico", il tema affrontato nella tavola rotonda, organizzata dal "Centro europeo di bioetica e qualità della vita" ha riproposto, nel pomeriggio di venerdì 3 aprile, nel salone del Palazzo regionale l'irrisolto dibattito sui temi etici.
Il dibattito ha confermato che siamo ancora lontani da aver trovato una sintesi delle diverse posizioni riproponendo gli schieramenti e gli argomenti che già si sono scontrati in questi ultimi mesi a seguito del caso di Eluana Englaro e della sentenza della magistratura che ha consentito la sospensione dell'idratazione e dell'alimentazione artificiale.
Il Presidente del Consiglio regionale, Alberto Cerise, che ha patrocinato l'incontro, ha ricordato che «si tratta di un argomento non accantonato e non risolto dalla recentissima legge approvata dal Senato. La grande maggioranza degli italiani, poco meno del settanta per cento, secondo i dati esposti da un recente sondaggio, richiedere di poter decidere il proprio percorso di fine vita. La politica ha cercato soluzioni ma il risultato non è soddisfacente e richiede ulteriori meditazioni».
Dello stesso avviso si è dichiarato, un po' a sorpresa, il senatore valdostano Antonio Fosson che ha votato la legge al Senato ed ha attivamente partecipato alla sua stesura in quanto componente della commissione sanità. Un suo emendamento, approvato ed inserito nel testo della legge, aveva sollevato un forte polemica: Fosson ha argomentato di come questo suo emendamento rappresenta in realtà una mediazione tra chi avrebbe voluto imporre l'inviolabilità delle disposizioni contenute nelle "dichiarazioni anticipate di terapia - Dat", altrimenti dette "testamento biologico", da parte del medico e chi voleva che fosse esplicitato che le stesse non erano vincolanti. Fosson ha ricordato che comunque la legge prevedeva già in altro articolo la possibilità di disattendere alle volontà del paziente se rispetto alla data in queste furono redatte (al massimo 5 anni prima, validità massima della "Dat") la ricerca medico-scientifica abbia messo a disposizione dei medici nuove terapie: «il legislatore si è trovato in una posizione difficile rispetto a questo tema - ha aggiunto Fosson - non a caso da più di dieci anni progetti di legge giacevano in Parlamento senza che nessuno volesse affrontare l'argomento. Il "caso Englaro" e le dichiarazioni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi hanno creato un obbligo a legiferare. Il testo approvato va modificato ed emendato, ha comunque un pregio, quello di difendere la vita».
Di diverso avviso il dottor Virginio Bonito, neurologo e coordinatore del "Gruppo di studio di bioetica e cure palliative" della "Società italiana di neurologia", che ha evidenziato che «il testo approvato dal Senato è una pessima legge, limita il concetto di vita all'aspetto biologico, al solo corpo». Secondo Bonito «il medico chiede al legislatore di avere delle linee guida nel momento in cui la persona in cura non è più in grado di rispondere alle mie domande - ha precisato - in cui non ho più il consenso informato che la legge prevede per l'applicazione di una terapia. La scienza ci ha dato di mezzi potenti per poter prolungare la vita ma non sempre prolungarla è un bene in sé. Le esperienze maturate in altri Paesi, negli Stati Uniti da diciotto anni esiste la "Dat", ci insegnano che più che le indicazioni che risultano quasi sempre insufficienti ed inadeguate rispetto al verificarsi concreto della malattia ciò che è veramente utile risulta essere l'indicazione del fiduciario. La persona che ognuno di noi ritiene più in sintonia con le proprie intenzioni, capace di interpretare in maniera corretta la nostra volontà rispetto alla situazione che si è creata».
Il dottor Adriano Pessina, direttore del "Centro di ateneo di bioetica" dell'Università "Cattolica del Sacro cuore", ha fornito un'ulteriore chiave di lettura: «contesto l'esigenza assoluta di una legge in materia - ha evidenziato - le parole non sono innocenti. Bisogna prendere tempo per pensare a queste questioni si rischia di depotenziare la democrazia. Sgombriamo il campo dalla dicotomia cattolici-laici perché le scelte su questo campo vanno al di là di questa etichettatura e i dati che emergono dal sondaggio citato dal presidente Cerise, dove il 55 per cento dei cattolici sarebbe favorevole alla "Dat", lo confermano. Se il principio fondamentale da affermare è il diritto del cittadino a scegliere se essere curato non dimentichiamo però il diritto ad essere curati. La legge deve rassicurare i cittadini sulla buona prassi medica, non sostituisce le regole della professione medica che rimangono assolutamente valide. L'accanimento terapeutico é già vietato».
Durante la discussione con il pubblico, una nota polemica è stata sollevata da Flavio Martino dell'associazione valdostana "Loris Fortuna", che si riconosce nella linea del Partito Radicale, per la mancanza, alla tavola rotonda, di una voce dello schieramento politico che si opposto alla legge approvata dal Senato.
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