Più di trecento persone al Forte di Bard per ascoltare Philippe Daverio: «la Valle d'Aosta ha la sua identità che merita di essere raccontata con passione»

Elena Meynet
Philippe Daverio con Gabriele Accornero al Forte di Bard

Bisogna colpire, impressionare, anche con le maniere forti: domenica 15 marzo, il critico d'arte, professore e conduttore televisivo Philippe Daverio cita persino Rabelais, a margine del suo intervento al Forte di Bard, per la presentazione del suo ultimo libro "Il secolo spezzato delle avanguardie" in occasione della mostra "Astrattismo in Europa. Kandinsky, Popova, Majakovskij, Malevič", visitabile, nella fortezza valdostana, fino al 2 giugno.
Racconta, il milanese alsaziano di nascita, di quel maestro, frère Jean della abbaye de Thélème in "Gargantua et Pantagruel" di Rabelais, che prendeva a schiaffi gli allievi dopo la visita del Papa, così avrebbero ricordato qualcosa. E lo schiaffo arriva, ma al "sistema Valle d'Aosta", che non sa farsi valorizzare e conoscere, limitandosi ad essere "un bellissimo paesaggio fra le montagne, con due vacche": «la Valle d'Aosta è una entità molto bizzarra perché è nota a tutti quelli che stanno fuori dalla Valle ma nessuno sa di che cosa si tratta realmente - graffia Daverio - penso che la Valle d'Aosta potrebbe essere in grado di generare una informazione più complessa, più coinvolgente, perché per il momento è un luogo per iniziati: iniziati alla montagna, iniziati allo sci, iniziati all'alimentazione, ma non suscettibili di contaminare chi non è iniziato. Invece la Valle d'Aosta non è un paesaggio, è un luogo, ha la sua identità che merita di essere raccontata con passione. Il massimo è quando le cose si incrociano. Quello che conta nel viaggiare è trovare quella particolare patologia che graffia la memoria».

Gli esempi arrivano dall'arte, dagli artisti che "spesso devono provocare per farsi notare", e che Daverio racconta in modo affascinante non solo nei suoi programmi televisivi, in cui prende per mano lo spettatore e gli fa visitare luoghi e mostre d'Europa, ma anche nei suoi libri. Tra gli "ismi" della prima metà del Novecento racconta di un secolo breve, racchiuso fra l'illuminazione elettrica del cielo di Parigi dall'alto della "Tour Eiffel" per l'Expo del 1889 ed il lampo devastante del fungo atomico a Hiroshima, ha forgiato il nostro immaginario di uomini contemporanei, frantumando le certezze del secolo lungo ma segnato dalla "joie de vivre", la frenesia e la solitudine dell'esistenza nel ventesimo secolo. Da lì allo spiegare il desiderio insoddisfatto di chi comunque cerca di frequentare luoghi belli, il passo è breve: «molto spesso il pubblico è più consapevole di chi ha il compito di offrirgli delle opportunità - commenta Daverio - la gente vorrebbe sapere, passa davanti ad un luogo, è incuriosita. E' compito della comunicazione e dell'intuito progettuale quello di dare una proposta che trasformi il potenziale consumatore in un consumatore attivo».

Qui la gallery fotografica dell'incontro di Philippe Daverio al Forte di Bard.

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