L'impegno dei "Caschi blu" italiani per le "Nazioni Unite" raccontato dai protagonisti all'università

Elena Meynet

Un "Premio Nobel" per la pace, una serie di missioni delicate, l'esercito di una entità che non ha soldati: i "Caschi blu" delle "Nazioni Unite" vengono raccontati in un libro fotografico, in cui le immagini sono catalogate in ordine geografico, anziché per missioni: «è un importante documento di geografia politica» ha evidenziato Anna Maria Pioletti, docente di geografia all'università della Valle d'Aosta che nel pomeriggio di martedì 18 aprile ha ospitato nell'aula magna "Sant'Anselmo" la presentazione del libro "Caschi blu italiani: dalla carta delle Nazioni Unite al peacekeeping".
«Abbiamo trovato immagini inedite, in certi casi inaspettate - ha spiegato il tenente colonnello Mario Renna, ora direttore della rivista "Informazioni della Difesa" - e abbiamo scelto di organizzare paese per Paese. Oggi persino una organizzazione come le "Nazioni Unite" viene messa in discussione, eppure l'azione di "peacekeeping" parte proprio dell'articolo 1, l'intento di non incorrere più in una guerra. E' considerata una organizzazione pachidermica, ma se non ci fosse vivremmo in un mondo peggiore».

L’idea dei soldati di pace, appunto i "Caschi blu", si è sviluppata dopo la nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per rispondere, nello spirito della Carta, all’esigenza di mitigare i focolai di crisi sorti in diverse aree del pianeta e che costituiscono una minaccia all’equilibrio e alla stabilità internazionali: «non si può dividere la politica dal diritto - ha aggiunto Andrea Spagnolo, ricercatore in diritto internazionale all'università di Torino - e lo vediamo nella discussione iniziale con cui si sarebbe dovuta definire la disponibilità di forze armate a disposizione delle "Nazioni Unite", cosa che poi non proseguì. Oggi c'è chi preferisce parlare di "peacebuilding", cioè forze che vadano nei luoghi di guerra per costruire, togliendo il termine aggressivo "keeping"».

Il volume, oltre a presentare le missioni a cui hanno contribuito le Forze armate italiane nel mondo, vuole offrire un ritratto del contatto diretto con le comunità e le realtà locali come testimonianza preziosa delle difficoltà e del senso profondo di tali interventi. Lo ricorda in un breve intervento Vittorino Vono, che partecipò con la "Taurinense" alla missione in Mozambico: «mi trovavo nell'ospedale militare italiano - ha raccontato - di fatto ero un infermiere, ma sapevamo che il primo compito era stare vicino alla popolazione civile, per cui se arriva una persona in pericolo di vita la si curava, se era denutrita la si nutriva».
«Le situazioni sono sempre difficili - ha concluso Renna - anche gli italiani non sono stati sempre senza macchia, ma si distinguono sempre per la preparazione e un certo "savoir faire"».

Ultimo aggiornamento: 
Martedì 18 Aprile '17, h.19.15

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