Gentile visitatore,

se sei su 12vda è chiaro che apprezzi il nostro lavoro giornalistico, che si può leggere, ascoltare e vedere senza dover pagare nulla, nel rispetto di un'informazione libera ed indipendente.
12vda è una testata che non è supportata da lobby politiche, commerciali o sociali, e si sostiene esclusivamente con la pubblicità, che è non assolutamente invasiva, non prevede fastidiosi "pop up" o "finte notizie".

Il nostro lavoro quotidiano richiede infatti tempo e denaro ed i ricavi della pubblicità ci aiutano a tenere in piedi questa testata giornalistica.

Se leggi questo messaggio vuol dire che hai attivato un "adblocker", che blocca automaticamente e non permette di vedere la pubblicità. Nel rispetto del nostro lavoro ti chiediamo quindi di disattivarlo ed anzi, se di tuo interesse, di cliccare sui nostri banner.

In questo modo potremmo restare on line, indipendenti e liberi di raccontare la Valle d'Aosta come la vediamo noi.

Grazie.

Il commerciante di Aosta che ha diffuso su "WhatsApp" un video diffamatorio pagherà tremila euro di danni e si scuserà pubblicamente

redazione 12vda.it
Emily Rini come compare nel video realizzato da Tiziano Gaino

Chissà se Tiziano Gaino, cinquant'anni, commerciante aostano, realizzando e diffondendo, alla fine dello scorso mese di marzo, un video dove si legge "una famiglia di poltroni un gruppetto di ladroni", "ciula oggi ciula domani tutto in culo ai valdostani", "sono grandi sono forti ruban tutto anche ai morti", ha pensato che lo stesso non fosse diffamatorio nei confronti dei politici, amministratori pubblici ed imprenditori associati a quelle frasi.
Forse, quando gli sono arrivati in casa gli agenti della "Digos", dopo la querela presentata dal presidente del Consiglio Valle Emily Rini, dall'assessore regionale alla sanità Mauro Baccega e dall'ex presidente della Regione Augusto Rollandin, qualche dubbio gli deve sorto ed, a fronte del clamore provocato, ha deciso di limitare i danni, con una soluzione stragiudiziale, con il pagamento di mille euro di risarcimento danni nei confronti di ciascuno dei tre politici e concedendosi alla "pubblica gogna", con la pubblicazione di una lettera di scuse, in cambio del ritiro delle querele.

«Quando ho visto quel video mi è cascato il mondo addosso». «Oggi si è chiusa per me una parentesi spiacevole, che ha fatto davvero tanto male a me e alla mia famiglia - ha scritto la Rini su "Facebook" - l'essermi ritrovata in maniera del tutto gratuita e del tutto ingiustificata all'interno di un video dai contenuti gravemente diffamatori, non rientra in alcun modo negli oneri che un amministratore pubblico è tenuto a sopportare, oltre ovviamente a non rientrare all'interno del legittimo e costituzionalmente garantito diritto di critica. E questo proprio perché a tutto c'è un limite! Chiunque decida di "postare" o condividere qualche commento o qualche video su applicazioni come "WhatsApp" o sui social network, deve prima di tutto sapere che dietro a qualsiasi riferimento offensivo o a qualsivoglia allusione dai toni anche vagamente diffamatori, ci sono prima di tutto persone e famiglie, ognuna con la propria dignità e con la propria onorabilità. Una volta preso visione del video, ammetto che in quel momento mi è cascato il mondo addosso, a maggior ragione dopo che ho appreso che i contenuti diffamatori rivolti alla mia persona erano divenuti ormai di pubblico dominio».

«Non voglio rovinare la vita alla persona che mi aveva ferita». «Motivo per cui, una volta individuato il soggetto che ha confezionato tale video - ha continuato la presidente del Consiglio Valle - e per questo non smetterò mai di ringraziare gli inquirenti della Digos di Aosta per la loro competenza e la loro professionalità, ho voluto espressamente incontrare di persona chi mi ha diffamata, per poterlo guardare dritto negli occhi e chiedergli semplicemente "Perché l'hai fatto?". Un incontro che mi ha lasciata di sasso, letteralmente stupefatta, perché di fronte mi sono ritrovata una persona (mi sembra anche una persona per bene) che non aveva minimamente realizzato la gravità delle conseguenze che il suo comportamento avrebbe (e in realtà ha) provocato. Questo per dire che i social network non sono una zona franca dove tutto è concesso, dove chi è arrabbiato o chi è frustrato col mondo può riversare tutto quello che vuole sugli altri, indistintamente, senza poi risponderne a livello personale, anche penalmente, se ci sono gli estremi. Nel caso di specie, una volta incontrato il soggetto individuato dalla Digos come produttore del video diffamatorio, ho comunque voluto ritirare la querela presentata nei suoi confronti, anche perché il mio impegno a riguardo resta quello di sensibilizzare a un uso più responsabile e consapevole dei social network e delle applicazioni di condivisione più in generale e non certo rovinare la vita alla persona che mi aveva ferita».

«Non era mia intenzione rappresentare un simile messaggio». «Con la persona in questione, ci siamo congedati con bella una stretta di mano, con il suo impegno a indirizzarmi una lettera di scuse - ha quindi concluso Emily Rini - proprio per poter raggiungere più persone possibili, in particolare anche quelle delle fasce più giovani. Perché questa è una lettera di scuse di una persona che si è pentita veramente e che - soltanto una volta convocato in Questura - ha capito le gravi conseguenze che un semplice click può provocare. Riflettiamo, per il bene di tutti».
Nella lettera di scuse, che probabilmente è stata concordata con gli stessi querelanti, Tiziano Gaino si è preso tutte le responsabilità della produzione e diffusione del video ammettendo chiaramente che è stato lui ad averlo «creato e trasmesso, tramite WhatsApp, a tre parenti e a un caro amico» e ribadendo «il contenuto diffamatorio del video da me prodotto», pur sottolineando che «non era mia intenzione rappresentare un simile messaggio, che ritengo profondamente ingiusto».
Il commerciante, che ha dichiarato anche di «avere compreso che le conseguenze del mio gesto sono andate ben oltre le mie comunque discutibili intenzioni», ha pure ringraziato la Rini «per avere deciso di rimettere la querela da Lei presentata nell'ambito del procedimento penale pendente a mio carico», rivolgendole quindi «un plauso per avere deciso di devolvere a un'associazione benefica operante sul territorio valdostano il risarcimento del danno che il sottoscritto Le ha gratuitamente e ingiustificatamente provocato con la sua condotta».

Le comunicazioni private via "WhatsApp" possono diventare diffamazione? Sarebbe stato interessante capire come la Magistratura avrebbe considerato il reato contestato, visto che la diffusione del video si è sviluppata via "WhatsApp", l'applicazione di messaggistica per smartphone e computer di proprietà di "Facebook", senza l'utilizzo di "chat di gruppo", per le quali, invece, la Corte di Cassazione ha definito i margini della diffamazione spiegando che "sebbene il mezzo di trasmissione/comunicazione adoperato consenta, in astratto, anche al soggetto vilipeso di percepire direttamente l'offesa, il fatto che il messaggio sia diretto a una cerchia di fruitori" fa sì che la lesione delle reputazione "si collochi in una dimensione ben più ampia di quella tra offensore e offeso". Se una "chat di gruppo" viene quindi considerata "pubblica" in virtù del fatto che non è una comunicazione diretta tra due persone (e che comunque la responsabilità di quanto viene pubblicato andrebbe applicata nei confronti di chi scrive, a prescindere da chi produce i contenuti), è passata l'interpretazione che lo scambio di messaggi privati che, in qualche modo, coinvolgono altre persone, potrebbe configurarsi come possibile diffamazione. Non è stato, invece, individuato chi ha pubblicato il video su un gruppo di "Facebook", che è stato poi rimosso.
C'è da evidenziare anche che la "potenza di fuoco" dei tre querelanti, due dei quali titolari di alte cariche pubbliche, ha probabilmente sconsigliato il commerciante dal resistere in un possibile giudizio, cavandosela così con un esborso economico tutto sommato limitato ed a scuse pubbliche che cadranno nel dimenticatoio.