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Nel rapporto "LiberaIdee", l'ottanta per cento degli intervistati non denuncia episodi di corruzione in Valle d'Aosta: «paura delle conseguenze»

redazione 12vda.it
Don Luigi Ciotti durante il suo intervento ad Aosta

E' piuttosto sconcertante il risultato della ricerca su "LiberaIdee - Percezione e presenza delle mafie e della corruzione in Valle d'Aosta" svolto dall'associazione "Libera" su un campione valdostano di 163 ragazzi con una media di 25 anni, per la maggior parte studenti della scuola superiore o universitari, pari all'1,6 per cento del campione nazionale formato da 10.343 questionari: «una regione dove la politica viene vista come una sfera "altra" rispetto al proprio vissuto quotidiano - spiega la referente regionale, la professoressa Donatella Corti, che ha presentato lo studio nella serata di lunedì 14 gennaio, a Palazzo regionale, insieme a don Luigi Ciotti, presidente di "Libera" ed Joselle Dagnes, ricercatrice di "Larco - Laboratorio di analisi e ricerca sulla criminalità organizzata" per l'Università di Torino - un tema sul quale ci si informa ma senza partecipazione diretta. Si riduce anche la tendenza all'associazionismo, circa un rispondente su due non aderisce ad alcuna associazione, mentre la maggior parte di chi si attiva su questo fronte dedica il suo tempo soltanto ad una realtà associativa. Una regione dove la mafia viene percepita come fenomeno marginale, o comunque non socialmente pericoloso, una regione dove è segnalata in misura doppia rispetto al campione nazionale la presunta corruzione di magistrati, dove il coinvolgimento della sfera politica nel fenomeno corruttivo è posto in evidenza soprattutto dai giovani, con una sfiducia soprattutto nei confronti di membri del governo e del Parlamento e dei partiti. E dove chi potrebbe o dovrebbe denunciarla ha paura delle conseguenze: se non vengono denunciati gli episodi di corruzione, è per la paura che l'intero sistema sia corrotto, compresi coloro che dovrebbero raccogliere la segnalazione».
 



"Al trenta per cento la politica non interessa o genera disgusto". Nel dettaglio, nel rapporto "LiberaIdee", che verrà inviato ai sindaci di tutti i Comuni valdostani, oltre che al presidente della Regione, agli assessori ed ai consiglieri regionali (in sala ne erano presenti cinque, la presidente dell'Assemblea Emily Rini, l'assessore all'istruzione Chantal Certan oltre a Manuela Nasso, Alberto Bertin e Daria Pulz), si legge che "l'auto-collocazione politica dei rispondenti in Valle d'Aosta mostra una prevalenza di coloro che non si riconoscono nella tradizionale ripartizione tra destra e sinistra (58,9 per cento) a seguire coloro che si dichiarano appartenenti al centro-sinistra (28,4 per cento). Emerge con forza una concezione della politica come di una sfera "altra" rispetto al proprio vissuto quotidiano, un tema sul quale ci si informa ma senza partecipazione diretta: soltanto il 6,7 per cento dei rispondenti si ritiene politicamente impegnato, mentre il 46,6 per cento dice di tenersi informato ma senza partecipare. Il 30,7 per cento dichiara che la politica non gli interessa (16,6 per cento) o che genera disgusto (14,1 per cento). Circa due rispondenti su tre non aderiscono ad alcuna associazione, con una percentuale più accentuata rispetto alla media nazionale: 65 per cento, rispetto al 48,6 per cento, mentre la maggior parte degli associati dedica il suo tempo soltanto a uno specifico gruppo. Tra questi, prevalgono quelli di volontariato sociale (29,8 per cento), sportivi (24,6 per cento) e culturali (28,2 per cento)".

"Oltre il cinquanta per cento conosce qualcuno coinvolto in pratiche corruttive". "Il fenomeno mafioso è percepito dal 74,2 per cento degli intervistati come un fenomeno globale - continua lo studio di "Libera" - guardando alla presenza sul territorio, i valdostani intervistati considerano la mafia un fenomeno marginale (41,1 per cento) o comunque non socialmente pericoloso (26,4 per cento). Appena tre intervistati su dieci considerano la mafia in Valle d'Aosta preoccupante e socialmente pericolosa. Secondo i rispondenti, tra le attività principali della mafia in Valle d'Aosta vi sono il traffico di stupefacenti e la turbativa di appalti (entrambi al 43,2 per cento), la corruzione dei funzionari pubblici (35,2 per cento). Lo scambio dei voti ha una rilevanza quasi tripla rispetto al campione nazionale (34 per cento in Valle, contro il 11,3 per cento nazionale)".
In Valle d'Aosta, diversamente da quanto accade a livello nazionale, è la televisione, con il 21,5 per cento, ad essere considerata il mezzo di comunicazione che "riesce a raccontare meglio i fenomeni mafiosi" (il dato nazionale è del 18,3 per cento, in seconda posizione), seguita dal cinema (16,6 per cento, 16,3 per cento quello nazionale, in terza posizione) e dal giornalismo d'inchiesta (14,7 per cento, mentre il valore nazionale è del 20,5 per cento, in prima posizione). Segue Internet (10,4 per cento), le lezioni a scuola ed all'università (11 per cento) e la letteratura (9,2 per cento).





"Paura delle conseguenza per chi denuncia la corruzione".."La percezione della diffusione della corruzione in Valle d'Aosta risulta pratica abbastanza diffusa (51,5 per cento) - si legge a pagina 41 del "Rapporto LiberaIdee" - leggermente più alta rispetto al campione nazionale. Più convinti della limitata estensione del fenomeno sono i giovanissimi, tra i quali si concentrano anche coloro che ritengono di non saper valutare l'estensione delle pratiche corruttive. Il 54,9 per cento circa del campione dichiara di conoscere personalmente o di aver conosciuto in passato qualcuno coinvolto in pratiche corruttive.
Chi potrebbe o dovrebbe denunciarla ha paura delle conseguenze nell'80,4 per cento delle risposte o ritiene corrotti anche gli interlocutori cui dovrebbe presentare la denuncia (43,6 per cento), o pensa la corruzione sia difficile da dimostrare (41,1 per cento), o la valuta inutile perché non cambierebbe nulla (32,5 per cento) o, ancora, ritiene la corruzione un fatto normale (18,4 per cento). E' la sfera politica il principale bersaglio selettivo della sfiducia: il coinvolgimento nella corruzione viene considerato significativo nei confronti di membri del governo e del Parlamento (55,2 per cento) e dei partiti (52,8 per cento). Il distacco è evidente soprattutto nei confronti della politica più "distante", basti pensare che la percentuale di sfiducia verso gli amministratori locali quasi si dimezza (23,3 per cento). Mentre il settore degli appalti, con circa il 40 per cento, si conferma "area sensibile" al rischio corruzione, e in percentuale doppia che nel campione nazionale (24,5 per cento contro 12,4 per cento) si considerano corrotti i magistrati non ne sono immuni il mondo dell'imprenditoria (sopra il 30 per cento) e della finanza (11 per cento), e appena l'11,7 per cento indirizza il proprio malcontento sugli impiegati pubblici in generale e sul clero"
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"Impossibile identificare l'origine dei gruppi mafiosi". "Un rispondente su tre ritiene che in Valle d'Aosta vi sia la presenza di organizzazioni criminali di origine straniera con caratteristiche similari alle mafie tradizionali italiane - insiste lo studio di "Libera" - una quota molto inferiore a quella del campione nazionale. Consistente è anche la percentuale di coloro che non sono in grado di prendere posizione sul tema. La metà del campione valdostano afferma di non essere in grado di identificare esattamente l'origine dei gruppi mafiosi stranieri più diffusi nel territorio regionale. Tra coloro che rispondono in modo puntuale alla domanda, invece, prevale l'indicazione della mafia albanese (14,5 per cento) e a seguire quella cinese (12,70 per cento) e quella di origine balcanica (7,3 per cento)" mentre non ci sono "narcos messicani".
"Circa un intervistato su tre sa che i beni che sono stati confiscati vengono poi dati in uso per fini istituzionali o sociali - si legge ancora - infatti è poco diffusa la conoscenza relativa ai beni confiscati sul territorio regionale: il 62 per cento non è a conoscenza di beni confiscati presenti sul territorio. Coerentemente è alta la quota di coloro che non conoscono alcun progetto attivo in regione (53,4 per cento). Per otto intervistati su dieci i beni confiscati rappresentano una risorsa per il territorio, capace di portare benefici all'intera comunità locale attraverso investimenti e progetti di riutilizzo. Minoritarie le posizioni di coloro che pongono in relazione il valore positivo dei beni confiscati alla possibilità di venderli per contribuire al bilancio pubblico (14,1 per cento). Secondo i rispondenti dovrebbero essere destinati in misura prioritaria a cooperative orientate all'inserimento lavorativo dei giovani (24,5 per cento) per realizzare luoghi pubblici di aggregazione e di educazione alla cittadinanza (18,4 per cento) e, a seguire, ad associazioni di volontariato (16,6 per cento)".

«Dobbiamo cogliere le trappole presenti nei nuovi sistemi legislativi». «Per questa ricerca abbiamo incontrato la sensibilità del professor Rocco Sciarrone dell'università di Torino - ha commentato don Luigi Ciotti, che ha parlato ininterrottamente per oltre un'ora - che ha già dedicato diversi studi alla mafia». Rivolgendosi spesso alle prime file, in cui erano seduti i rappresentanti delle Forze dell'ordine e del mondo politico, don Ciotti ha richiamato l'attenzione sul quadro delineato dal "Rapporto antimafia" dei magistrati, dalla presenza di "Libera" sui territori, e da cinque anni di lavoro della Commissione parlamentare antimafia, la cui presidente Rosy Bindi nell'ottobre 2017 aveva incontrato anche le Istituzioni valdostane, sottolineando che non c'erano ancora «evidenze giuridiche sul voto di scambio».
«E' doveroso riconoscere le postitività, il ruolo e la società civile, il lavoro delle Forze dell'ordine e dei magistrati - ha aggiunto il presidente di "Libera" - il positivo va incoraggiato e riconosciuto, ma prendiamo atto delle fragilità e dei limiti, dobbiamo cogliere anche dove oggi stanno le trappole rispetto ai nuovi sistemi legislativi. Ci aspettiamo dalla mafia violenza e fatti di sangue, ma oggi esiste una "zona grigia", tra legale ed illegale, in cui essa agisce, ovunque, nessuna regione esclusa, creando una rete e rendendo flessibili i suoi territori, con una più accentuata vocazione imprenditoriale, espressa nell'economia legale e nei mercati. E' nell'area grigia che dobbiamo cercare le mafie e le loro nuove strategie, in quella zona che non è prodotta dall'estensione dell'illegale nel legale quanto dalla commistione tra le due aree, ovvero l'esistenza di confini mobili, opachi tra il lecito e l'illecito».


 


 

«Un errore considerare le mafie come un male superato». Don Ciotti ha citato don Luigi Sturzo, don Tonino Bello e papa Francesco, l'operato del procuratore antimafia Cafiero De Rao e l'attentato del 1982 ad Aosta al pretore capo Giovanni Selis: «De Rao ha scoperto la nuova cupola - ha ricordato - ha arrestato politici, imprenditori, amministratori pubblici, massoneria forte e deviata. Siamo chiamati a leggere i cambiamenti. I mafiosi non sono altro rispetto all'area grigia. Dobbiamo evitare le falle nel sistema legislativo: i passi indietro della riforma del 416 ter del codice penale, sul voto di scambio mafioso, le modifiche sui beni confiscati, di cui si prevede la vendita all'asta anche a privati, che va a cancellare milioni di firme raccolte anche qui nel 1996 per una petizione per sostenere la legge per l'uso sociale dei beni mafiosi. Ai mafiosi quello che disturba è perdere il loro potere, il loro controllo e vedere giovani del loro paese andare a lavorare sui beni a loro confiscati».
«Anche nella scuola, dove si fa un lavoro fantastico, si rischia ora di sottovalutare la pericolosità mafiosa - ha concluso don Luigi Ciotti - si corre lo stesso rischio di droga ed aids, della normalizzazione, a livello politico del Paese, considerare le mafie come un male in parte superato. Il problema è che abbiamo fatto della legalità un idolo, una bandiera che tutti sventolano, a partire da quelli che tutti i giorni la calpestano. La legalità non è l'obiettivo, è lo strumento per raggiungere l'obiettivo che è la giustizia».

 

ultimo aggiornamento: 
Lunedì 14 Gennaio '19, h.21.40