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Il "Premio Donna dell'Anno" 2016, che racconta storie di guerra, violenza, fame e povertà, conquista la medaglia della Presidenza della Repubblica

Angelo Musumarra
Andrea Rosset e Paola Varda con le finaliste del Premio

Sono in Valle d'Aosta le tre finaliste della diciottesima edizione del "Premio internazionale Donna dell'Anno": le prime ad arrivare sono state l'irachena Nadia Murad Basee Taha e la brasiliana Regina Tchelly De Araujo Freitas, mentre è arrivata successivamente l'ivoriana Affoue Ahoutou Brigitt Yoboue, a causa di problemi procedurali. A loro si aggiunge l'italiana Eliane Levy, premio del "Soroptimist club" della Valle d'Aosta.
Le quattro donne incontreranno, nella mattinata di venerdì 11 novembre, le studentesse dell'indirizzo socio-sanitario dell'"Istituto tecnico e professionale" di Verrès ed Aosta per poi partecipare, nella serata di sabato 12 novembre, al teatro ex "Splendor" di Aosta, alla cerimonia di premiazione: «la "Donna dell'Anno" ha raggiunto la maggiore età, un traguardo importante - sottolinea Andrea Rosset, presidente del Consiglio Valle, che organizza il Premio e che per quest'edizione impegna complessivamente oltre 98mila euro - è cresciuto e si è saputo riorganizzare, tanto che quest'anno ha ottenuto anche il riconoscimento della Medaglia del Presidente della Repubblica. Abbiamo fatto conoscere donne con delle storie importanti: amore, solidarietà e pace sono i temi di questo premio, uniti al label del cambiamento, nei quali in Consiglio regionale da sempre crede e che porta avanti anche con questa iniziativa che mira alla concretezza di donne che operano in ambiti difficili e delle quali vogliamo portare l'esempio nelle scuole valdostane».

«Io vivevo nel nord dell'Iraq, noi yazidi siamo circa un milione e la mia comunità stava in campagna - ricorda Nadia Murad, già candidata al "Premio Nobel" per la Pace, raccontando la sua terribile storia - ed eravano duemila persone, anche bambini. Nel 2012 abbiamo saputo che i terroristi dell'Isis erano entrati in Siria ed in Iraq e nell'agosto 2014 sono arrivati anche da noi. Ci hanno attaccato e ci hanno accusato di non essere musulmani e che avevamo una religione che non era giusta: solo nel primo giorno hanno ammazzato oltre cinquemila persone ed a noi ragazzi e bambini ci hanno rapito, mettendo insieme oltre 6.500 donne. Nel primo giorno di attacco io ho perso sei fratelli e la mia mamma, quello che hanno fatto con noi era più difficile della morte, ci hanno costretto a cambiare religione, ci hanno maltrattato e violentato ed ancora adesso ci sono oltre 3.500 tra donne e bambini in mano all'Isis».
Nadia Murad venne portata come schiava a Mosul dove fu picchiata, bruciata con mozziconi di sigarette e ripetutamente stuprata. Riuscì comunque a fuggire, approfittando del fatto che un soldato si dimenticò di chiudere a chiave la porta dell'abitazione in cui era prigioniera, trovando poi rifugio presso una famiglia della zona che la aiutò a raggiungere il campo profughi di Duhok, nel nord dell'Iraq, e da lì riuscì a trasferirsi in Germania, a Stoccarda: «la mia regione si è liberata ma i cimiteri sono pieni di queste vittime - continua - ed adesso non sappiamo cosa ci aspetta, se possiamo rimanere o se ci sterminano tutti. La nostra vita è molto difficile, l'Isis uccide, violenta e maltratta le nostre donne. Nessuno li ferma, speriamo che le cose cambino, non sappiamo più cosa fare per allontanarli da noi. Io sono andata in oltre venti Paesi per chiedere di fermare l'Isis, ho parlato anche con il Consiglio di sicurezza dell'Onu, sperando che loro possano fare qualcosa. Questi uccidono a nome di Dio dell'Islam, ma non è vero. Ho cercato di far capire ai giovani, anche quelli di Paesi arabi come l'Egitto o il Kuwait di non farsi trascinare dall'Isis, perché queste sono persone false, bugiarde e malvagie».

E' di tutt'altro tono l'impegno di Regina Tchelly, originaria di Serraria - Paraiba, che cinque anni fa si è trasferita a Rio De Janeiro, dove ha creato il progetto "Favela organica" contro lo spreco alimentare: «dobbiamo essere allegri, siamo vivi e dobbiamo fare la differenza - spiega - ho sviluppato questo progetto dopo aver lavorato in case di famiglia ed ho usato la mia esperienza con il cibo per ottimizzarne l'utilizzo. Per esempio, da un broccolo posso realizzare cinque piatti diversi prima di buttare quello che non si può proprio più mangiare, ma che serve comunque per fare compostaggio. Io stessa abito da quindici anni nelle favelas, ed ho notato che qui in Europa si dà una certa priorità all'alimentazione, mentre in Brasile questo non succede, l'alimento deve unire mentre il "gourmet" dell'alta società divide. Tutti noi abbiamo bisogno di mangiare e lo spreco degli alimenti è una responsabilità che ci tocca direttamente dato che tonnellate di cibo vengono sprecate quotidianamente. "Favela organica" lavora molto con i bambini che così possono insegnare ai genitori come non sprecare, tanto che abbiamo fatto un lavoro bellissimo con alcuni assistenti di refezione scolastica dove siamo riusciti a creare un vero orto. Uno dei prossimi obiettivi è quello di realizzare dieci orti biologici nella favela ed insegnare a mantenerli. La mia partecipazione a questo premio aiuterà lo sviluppo del progetto, dal prossimo gennaio potremo avere una sede, visto che fino ad ora abbiamo lavorato nella cucina di casa mia. Essere qui con voi e rappresenta già una vittoria».

Brigitte Yoboue è una madre ivoriana che è stata abbandonata dal marito e per uscire dalla povertà ha radunato le donne del suo villaggio in una cooperativa che ha permesso loro di acquistare delle sementi e dei terreni a prezzi convenienti, avendo così forza contrattuale per stabilire un prezzo equo dei prodotti coltivati. Il surplus ottenuto è stato reinvestito nell'attività agricola e nella costruzione di scuole dove studiano centinaia di bambini che altrimenti sarebbero stati destinati all'analfabetismo e alla criminalità. Nonostante le violenze, i soprusi e le minacce subite, Brigitte Yoboue continua a realizzare progetti di sviluppo locale, come scuole di tessitura e cucito ed ha l'obiettivo di completare tre piccoli ospedali che sta costruendo in zone rurali remote ai margini della savana per garantire l'accesso alle cure primarie in luoghi dove l'unico "medico" è lo stregone del villaggio.

Come da tradizione, alle tre finaliste si aggiunge quindi un ulteriore premio, assegnato dal "Soroptimist club" della Valle d'Aosta, andato quest'anno alla dottoressa Eliane Levy: «questo è un premio che ci emoziona sempre - evidenzia Paola Varda, rappresentante delle "sorelle optime" valdostane - che mi avvicina a queste donne straordinaria. In questi diciotto anni abbiamo conosciuto donne fantastiche animate da un unico obiettivo, quello di dare speranza a chi non ce l'ha. Noi non ci rendiamo conto di quanto valga la nostra libertà, crediamo in questo premio che risponde in tutto agli ideali del "Soroptimist club", che cerca di valorizzare il ruolo della donna».

«Sono un tecnico di laboratorio di analisi, ora in pensione - racconta Eliane Lavy - in Mozambico cercavano una persona con la mia competenza ed un vescovo di Kandi mi aveva chiesto di aprire un laboratorio in un ospedale diocesano. In Africa, nella maggior parte dei Paesi, la sanità pubblica è a pagamento e si entra negli ospedali solo dopo aver pagato: noi siamo abituati a dei concetti un po' diversi ed essere catapultati in realtà così differenti fa male. Sono partita con la mia valigia, non avevao finanziamenti, non avevo un progetto, ero una "free lance", tutti i colleghi ed amici mi hanno aiutato con delle piccole donazioni, sono stata autorizzata a rubacchiare qualcosa in laboratorio ed in quattro anni, con l'aiuto di tanta gente, sono riuscita ad allestire il laboratorio ed ho addestrato il personale locale, con due tecnici che lavorano per l'ospedale. Vivendo lì mi sono resa conto che in quel posto, nel nord del Benin, dove piove di continuo per due mesi l'anno, non c'è frutta e non c'è verdura e la popolazione si coltiva solo mais e cotone, esportato in Francia, che viene comprato dallo Stato e pagato ai contadini fino ad otto mesi dopo. C'è tanta povertà e mi sono resa conto che lì le donne fanno un grande lavoro, camminando per chilometri per andare a prendere l'acqua o la legna, lì non c'è energia elettrica, non c'è nulla, a volte, neanche da mangiare. Al di là delle malattie gravi come malaria, tubercolosi ed Aids, molte patologie sono legate alla malnutrizione, mancano le proteine, non c'è acqua, non si possono fare orti, solo dove la solidarietà ha costruito dei pozzi c'è l'allevamento del bestiame, che è un simbolo di ricchezza che difficilmente viene venduto. Ci sono etnie, culture e religioni diverse, ed a tavolino, con tutto il personale locale abbiamo quindi pensato alla "spirulina", un'alga che fa da integratore alimentare che contiene proteine al sessantacinque per cento, ed il resto sono sali minerali e vitamine. In Benin lo chiamano "alimento medicamento" e basta un cucchiaino al giorno per recuperare, in un mese e mezzo, un bambino malnutrito e quindi anche donne, anziani ed adulti».
«Bisogna avere il coraggio di viaggiare, di vedere e conoscere le situazioni
- esorta la Lavy - lì si assiste alla solidarietà anche tra i poveri, tra gente che non ha nulla. Grazie per l'occasione di parlare ai giovani, che sono il futuro, invitateli a viaggiare, a scoprire il mondo, su Internet non ci sono né odori né sapori».

La vincitrice della "Donna dell'anno" avrà un riconoscimento del valore di 25mila euro che dovrà essere destinato alle attività che hanno determinato la candidatura, mentre il premio "Popolarità", del valore di 15mila euro andrà alla candidata più votata dalla giuria popolare che potrà esprimersi via web attraverso il sito Internet del Consiglio Valle fino alle ore 18 di sabato 12 novembre. Nel caso in cui il Premio dovesse coincidere con il riconoscimento "Popolarità", quest'ultimo andrà alla seconda più votata tra le preferenze espresse attraverso il web mentre cinquemila euro andranno alla terza classificata. A due giorni dal termine del voto è in testa Brigitte Yoboue con quasi il 68 per cento delle preferenze, seguita da Regina Tchelly con il trenta per cento, forte anche del sostegno della condotta "Slow Food" della Valle d'Aosta, e quindi da Nadia Murad con l'1,6 per cento.

La cerimonia di consegna del premio, ad ingresso libero, sarà condotta dall'attrice aostana Paola Corti, con la partecipazione della ballerina e pittrice Simona Atzori, del soprano Sandra Balducci, del tenore Daniele Di Tommaso accompagnati al pianoforte da Viviana Zanardo, e dai ballerini della "Ecole et Conservatoire de danse" di Ellada Mex, della "Kriska Accademy" e della "Officina Danza".
 

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