I francesi chiudono l'accesso al Monte Bianco da "Punta Helbronner", anche se la zona è in territorio italiano: si riapre la polemica sul confine di Stato

Angelo Musumarra
La chiusura del passaggio verso il 'Ghiacciaio del Gigante' a 'Punta Helbronner'

L'allarme lo aveva dato, nel maggio del 1996, l'allora deputato valdostano Luciano Caveri, e negli ultimi anni, sulla questione del confine tra Italia e Francia sul Massiccio del Monte Bianco, si è assistiti, impotenti, ad uno "spostamento" della cima della montagna più alta d'Europa, recentemente abbassatasi dai 4.810 metri e 10 centimetri d'altezza a 4.808 metri e 73 centimetri. L'ultimo atto, definito «arrogante» da più parti è la chiusura, avvenuta lo scorso venerdì 4 settembre, a Punta Helbronner, del cancello che consente l'accesso al "Ghiacciaio del Gigante", da parte di due guide alpine francesi, inviate sul posto da Eric Fournier, sindaco di Chamonix, che ha motivato l'azione per ragioni di sicurezza, costringendo tutti gli alpinisti che decidono di passare da lì per salire sul Monte Bianco, a saltare il cancello e ad accollarsi la totale responsabilità delle loro azioni.
La zona però è ancora territorio italiano: «lì i francesi non hanno alcuna competenza - ha confermato Fabrizia Derriard, sindaco di Courmayeur - e questa decisione di chiudere il passaggio avrà conseguenze giudiziarie. Tra l'altro hanno anche tolto gli avvisi di pericolo che avevamo posizionato, dopo il massiccio afflusso di turisti nei mesi scorsi e questa chiusura del passaggio crea situazioni di pericolo per gli alpinisti che ora devono scavalcare una transenna».

Ad assistere alla chiusura del passaggio è stato Delfino Viglione, comandante della stazione di Entrèves del "Soccorso alpino" della Guardia di Finanza: «mentre facevamo dei rilievi di confine con i tecnici l'Istituto geografico militare - ha raccontato a 12vda - c'erano due personaggi che "morsettavano" questa ringhiera impedendo, di fatto, l'accesso sul ghiacciaio. Non potevo fare a meno di far presente questo ai miei superiori, altrimenti avrei fatto un'omissione di atti d'ufficio e di conseguenza è scaturita questa situazione. Speriamo che si trovi una soluzione a livello diplomatico per avere delle certezze sotto il profilo giuridico, amministrativo e di polizia, perché poi in queste zone, dove ci sono funivie e rifugi ci possono essere anche degli eventi legati ad incidenti di montagna, con persone coinvolte. Ma anche per quanto riguarda le concessioni edilizie bisogna capire esattamente se si ricade sotto la giurisdizione italiana o quella francese».
Italia e Francia recentemente si sono scontrate sulla gestione dei migranti, dopo che, durante l'estate, c'era stata l'occupazione dei profughi sugli scogli ed alla stazione ferroviaria di Ventimiglia, rimandati indietro dalla "Gendarmerie" dopo aver attraversato il confine (mentre sembra che dal Passo del Piccolo San Bernardo non sia passato nessuno) e, lo scorso 23 giugno, nessuna autorità francese era presente all'inaugurazione della "SkyWay", la nuova funivia del Monte Bianco, dove il presidente del Consiglio dei Ministri, Matteo Renzi, davanti ad una cinquantina di giornalisti (anche francesi), aveva iniziato l'incontro dichiarando: «non ho invaso la Francia».
I francesi però, dopo l'apertura dell'impianto, che nei primi tre mesi d'attività ha fatto salire ai 3.462 metri di quota di "Punta Helbronner" 110mila persone, fissando il limite a tremila accessi giornalieri, hanno accelerato sensibilmente i lavori di costruzione della passerella alla "Aiguille du Midi", a 3.777 metri d'altezza, che, dalla primavera del 2016, permetterà di fare a piedi il giro completo attorno alla montagna.

«A volte ritornano - ha commentato la professoressa Anna Maria Pioletti, presidente della sezione valdostana della "Associazione italiana insegnanti geografia - Aiig" - questo è proprio il caso della definizione del confine tra Italia e Francia lungo lo spartiacque del Monte Bianco. La cartografia ufficiale italiana dell'Istituto geografico militare ha definito in modo chiaro i limiti tra i due Paesi che, per convenzione prendono in considerazione elementi naturali come corsi d'acqua o spartiacque come nel caso del Monte Bianco. Secondo i francesi il confine passa sotto il "Rifugio Torino" mentre per gli italiani è lungo lo spartiacque. La cartografia ufficiale tiene conto degli accordi stipulati nel 1860 e non dei precedenti accordi resi vani dalla nuova stipula. Del problema si sono occupati vari studiosi che hanno raccolto la cartografia in materia, come i coniugi Aliprandi, prima ancora il Corpo di stato maggiore dell'Esercito con il suo ufficio storico che nel 1927 si era occupato del problema che come si può vedere non è ancora archiviato. L'assetto attuale dei confini è riconducibile alla politica sabauda dell'Ottocento sotto la guida del ministro Camillo Benso di Cavour che trovava appoggio nella Francia del Secondo Impero ed in Napoleone III. La contropartita dell'appoggio fu la cessione alla Francia della Savoia e del Nizzardo. La cessione venne decisa con i "patti segreti" di Plombières nel 1859 e ratificata nel 1860 al termine della Seconda guerra di indipendenza. La nuova definizione dei confini tra la nascente Italia e la Francia, al di là di modifiche idrologiche realizzate successivamente ai due conflitti mondiali per il Colle di Tenda e il Moncenisio, definirà la linea del confine politico sui tracciati attuali della cartografia ufficiale».

A Caveri, che nel 1996 aveva chiesto lumi sulla questione, l'allora sottosegretario di Stato, Piero Fassino, aveva raccontato che la problematica sarebbe stata affrontata da una "Commissione Mista per la manutenzione dei confini" che operava in maniera «estremamente amichevole ed ispirata alla massima volontà di collaborazione reciproca» la quale, ad oggi, diciannove anni dopo, evidentemente, non ha ancora concluso i lavori ed anzi, dal 2011, su "Google maps", l'intera cima del Monte Bianco ed otto ettari di ghiacciaio sono stati "inglobati" dal territorio francese: «noi dobbiamo fare riferimento alle carte ufficiali dello Stato - ha sottolineato ancora Viglione - che sono quelle dell'Istituto geografico militare, riconosciute a livello internazionale, in particolare dalla "Nato". Queste sono carte strettamente militari, per attività anche di artiglieria, di punti fermi, di punti logistici, sono carte dello Stato, mentre "Google maps" è qualcosa di più turistico che non rispecchia le vere linee di confine. Questa è una "cosa annosa" che sia la diplomazia italiana che quella francese non riescono a risolvere o per mancanza di sensibilità o per mancanza di attenzione, perché poi, effettivamente, con tutte le problematiche che esistono, questa, forse, viene ritenuta una meno urgente. Il problema è che poi, alla fine, chi si trova ad operare sul territorio con delle responsabilità, deve poter capire fin dove si può spingere. Il problema è proprio quello di definire una zona frequentata da migliaia di persone ed una competenza certa è necessaria. Questa definizione deve essere concordata tra Italia e Francia, in un accordo che vede le due Diplomazie decidere. Ultimamente sono stati fatti dei rilievi tecnici ma poi manca l'aspetto formale che le Diplomazie devono poi definire. Bisogna prendere atto dei confini ed anche dei cambiamenti ambientali che hanno portato allo scioglimento di alcune zone ghiacciate, quindi alla formazione di creste che prima erano sommerse dal ghiaccio stabilendo così dei confini diversi dato che magari da una parte abbiamo un avanzamento anche di pochi metri dalla parte francese a dispetto di quella italiana. Va definitivo anche questo aspetto, che può sembrare marginale, ma che comunque potrebbe diventare sostanziale nel momento in cui ci sono delle situazioni a rischio, per le persone o per le cose. Noi vogliamo essere sicuri di agire secondo le norme ed essere confortati che quel territorio è sotto la normativa italiana, o viceversa secondo quella francese. Perché cambia moltissimo sotto l'aspetto amministrativo per la concessione edilizia, per un cantiere e le relative responsabilità, ed anche per il pagamento dei dovuti tributi allo Stato. Comunque noi non abbiamo dichiarato guerra a nessuno, sia ben chiaro!».

Una richiesta di intervento è stata inviata, martedì 8 settembre, dal presidente della Regione, Augusto Rollandin, a Renzi ed al ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, Paolo Gentiloni, chiedendo un intervento del Governo italiano: "la questione del confine di Stato sul Monte Bianco, che certamente ha risvolti di più alto livello e di natura internazionale - ha scritto Rollandin - ha comunque ricadute immediate e conseguenze altrettanto importanti e impattanti in termini di "certezza del diritto" applicabile nella quotidianità: sia per le attività anche commerciali che si svolgono in quelle aree, quali la funivia "Skyway Monte Bianco" e l'adiacente "Rifugio Torino", sia per l'individuazione delle autorità competenti e delle eventuali responsabilità per situazioni inerenti a tale ambito territoriale. In questo particolare momento non posso esimermi dal richiedere un vostro autorevole intervento affinché la vicenda volga quanto prima a una soluzione, anche grazie all'impegno consacrato alla problematica del confine sul Monte Bianco dalla delegazione italiana in seno alla "Commissione Mista italo-francese per la manutenzione dei termini e della linea di confine di Stato", con il pregevole ruolo svolto dall'Istituto Geografico Militare e dalla Guardia di Finanza".

Intanto, mercoledì 9 settembre, il senatore Aldo Di Biagio, di "Area popolare", ha presentato una nuova interrogazione a risposta scritta sulla vicenda, evidenziando come "la gravità della suddetta disputa frontaliera rinnova l'attenzione sul tema, ed eleva la problematica a questione di competenza governativa non potendo essere demandata alle pronunce della magistratura o agli interventi esclusivi delle istituzioni territoriali direttamente coinvolte", ritenendo "non procrastinabile un'azione di carattere diplomatico da parte del Governo italiano che sul punto dovrebbe interloquire con il Governo d'Oltralpe, al fine di individuare ipotesi percorribili che superano l'effetto mediatico e polemico della questione".

A gettare acqua sul fuoco, ci pensa, di nuovo, Luciano Caveri, che sulla questione aveva realizzato, nel suo ruolo di direttore dei programmi della sede regionale della "Rai", tre trasmissioni televisive, replicate, per l'occasione, in questi giorni: «come europeista per me le frontiere non ci sono più - ha ricordato sul suo sito Internet - ed è vero sia sotto il profilo doganale che della libertà di movimento fra Italia e Francia. Segnalo a questo proposito come ci sia chiarezza in molte materie, come i controlli di polizia di Schengen, l'operatività dei rispettivi sistemi di soccorso in montagna, collaborazioni in tema di protezione civile in primis sotto il tunnel del Bianco. Per questo non vedo difficoltà a definire a livello di Prefetture regole certe per la sicurezza in cima alla funivia del Monte Bianco in partenza da Courmayeur e lungo tutta la zona afferente i rispettivi percorsi funiviari, "Funivia dei Ghiacciai" compresa. Conta la sostanza e la reciproca buona volontà di informare certi utenti d'alta quota, specie quelli imbranati che sbarcano sui ghiacciai, per evitare incidenti, piuttosto che soffermarsi sulla forma o dare la stura di permalosità. Ma, ciò detto, in ossequio proprio ai vecchi Trattati legati nella versione in vigore all'annessione della Savoia alla Francia nel 1860, è comunque ingiusto che non ci sia chiarezza e che la Francia sulla cima abbia tracciato un confine incoerente rispetto alla realtà. A questo devono pensarci i Governi, che quando me ne occupai aprirono e chiusero il dossier, restando incredibilmente sulle posizioni divergenti. Dovrebbe essere Bruxelles, e le vituperate autorità comunitarie, a fare una ramanzina al gioco degli ambasciatori e dei cartografi militari che puzzano di un passato che non c'è più. Così come mi fanno inorridire certe polemiche dei giornali italiani sul tema confini, con insulti e stupidità, tipo l'"invidia" dei francesi per il nuovo impianto sul nostro versante. Prima di raggiungere i numeri di Chamonix bisognerà lavorare sodo e magari in silenzio. Anche qualche autorità valdostana, oltre ad assumersi di più le sue responsabilità, dovrebbe fare qualche corso di buona educazione. Basta talvolta, anche quando si ritiene che altri siano in torto, una telefonata o un buon caffè assieme per chiarirsi le idee prima di parlare e di scrivere. Perché la storia ha dimostrato, con le diverse esperienze di cooperazione transfrontaliera, che la diplomazia di prossimità, oltreché la collaborazione politica cementata dai problemi comuni, possono consentire la soluzione di questioni complesse con la giusta misura e armonia. Chiedere solo l'aiuto del Governo nazionale "amico", con Matteo Renzi tuttofare, nel deserto attuale di un lavoro di buon vicinato, è come voler rinnegare anni di storia, in nome di un centralismo che non ha mai portato bene alla Valle. Quando la Baviera è stata in difficoltà con i migranti, il primo interlocutore naturale è stato il sudtirolese Arno Kompatscher».

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