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Scomparsa Ida Desandré, l'ultima valdostana sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti: «è brutto non sapere niente e non fare domande»

redazione 12vda.it
Ida Desandré nel 2007, in occasione della nomina a 'Chevalier de l'Autonomie'

Ida Desandré, partigiana, deportata politica, sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti, è morta ad Aosta nella giornata di mercoledì 6 marzo, all'età di 96 anni. Nata a Saint-Christophe il 10 ottobre 1922, ultima di tre fratelli, aveva perso la madre a due anni e poco dopo anche il padre, venendo così cresciuta da nonni.

«Entrare nella Resistenza è stata la mia prima ribellione». Nella primavera del 1944, con la Valle d'Aosta occupata dai tedeschi, dopo che l'Italia si era ritirata dalla guerra, era entrata nella Resistenza, insieme al marito Giovanni Contardo che aveva sposato nel 1942: «quando ho visto i tedeschi entrare in Aosta, ecco che ho avuto la prima ribellione - aveva raccontato - non so come spiegare, è una cosa che ti viene istintiva, non lo trovavo giusto, mi chiedevo cosa ne sarebbe rimasto di noi tutti, ma non più di tanto perché ancora ignoravo tutte le manovre che ci passavano sulla testa. Sai è brutto non sapere niente e non fare domande, avere questa incoscienza. Mio marito aveva avuto i primi contatti con la Resistenza, con i partigiani che allora erano chiamati "ribelli" e che cominciavano a unirsi in banda. Lui con me parlava vagamente di quest'argomento, ero donna e venivo lasciata fuori, eppure mi sentivo vicina a questi ragazzi che lottavano perché la guerra finisse. Aiutammo molte persone, trovavamo una sistemazione per loro, aiutammo anche dei giovani biellesi a raggiungere i loro paesi passando per Gressoney. La goccia che fece traboccare il vaso fu l'aiuto che demmo a due partigiani che avevano sparato al prefetto di Aosta. Si rifugiarono a casa nostra perché non avevano via di scampo! Questo, perché casa nostra aveva un'uscita che dava sui campi da cui si potevano raggiungere dei sentierini. Dopo una soffiata sono venuti a prendermi».

«Non ho mai venduto nessuno, bastava un nome e sarei tornata a casa». Ida Desandré e Giovanni Contardo vennero quindi arrestati ed incarcerati dalla "Guardia nazionale repubblicana" della "Rsi" nella caserma "Cesare Battisti" che all'epoca si chiamava "Chiarle": «cominciò un lungo interrogatorio, mi chiesero tutto - ricordava - ho sempre negato e con orgoglio dico di non aver mai neanche venduto nessuno. Non fu facile, in fondo bastava un nome e sarei tornata a casa. Ad un certo punto uno dei due sbottò: "Va bene, tu non vuoi dirci niente, cosa credi di fare? Tu fai parte della Resistenza, tu non sei niente, vedrai, i tedeschi con quattro bombe spianeranno Aosta!". Nonostante questo non dissi nulla e mi riportarono nello stanzone. Ci portarono alla poi Torre dei Balivi, le carceri di Aosta, ed eravamo separati, io e mio marito. Da lì, tutti insieme, con due corriere, siamo andati a Torino (a "Le Nuove", nel braccio tedesco, n.d.r.), poi a Milano, a "San Vittore", senza mai capire dove andavamo a finire. Sapevamo che saremmo andati in Germania, ma niente di più».

«Ho sempre davanti agli occhi i mucchi di cadaveri di Belsen». A quel punto le strade dei due coniugi presero due direzioni diverse: «a Bolzano ebbi poi i primi contatti con delle donne ebree - raccontava ancora - per me era normale che sui documenti ci fosse scritto "razza ariana", ma degli ebrei, dei campi di concentramento non sapevo nulla. Qualche cosa trapelava, ma la gente non poteva crederci! Mio marito partì per un campo di lavoro nei pressi di Lipsia ed io, con altre donne conosciute a Torino e Milano, pensavo che saremmo andate a lavorare in Germania fino alla fine della guerra, invece dopo cinque giorni di viaggio su questi carri bestiame siamo arrivati a Ravensbrück. Solo a Ravensbrück, mi sono cadute le illusioni, ho ancora nelle orecchie quel canto cui ci obbligavano e ho sempre davanti agli occhi i mucchi di cadaveri del campo di Belsen. Nel campo capii tutto, conoscendo la lingua, mi avvicinai al gruppo delle francesi che erano molto politicizzate. Ci facevano anche delle lezioni, ma c'era sempre la paura perché per un pezzo di pane tu tradisci: esisteva la solidarietà, ma esisteva anche questo».

Tornata ad Aosta nel settembre 1945, dopo la terribile esperienza. Il convoglio delle deportate era partito da Bolzano-Gries il 5 ottobre 1944: insieme ad Ida Desandré c'erano anche la valdostana Zita Ghirotti, arrestata a Pont-Saint-Martin il 25 agosto, anch'essa sopravvissuta, il commissario di Pubblica sicurezza Camillo Renzi, di stanza ad Aosta, che invece trovò la morte nel campo di concentramento di Dachau, e la sua consorte Franca Scaramellino, arrestati ad Aosta il 18 agosto: anche la donna si salverà e tornerà a vivere a Napoli.
Le 113 donne arrivarono l'11 ottobre 1944 nel campo di concentramento nazista di Ravensbrück, la Desandré venne poi trasferita al campo di Salzgitter-Bad nella galassia concentrazionaria di Neuengamme, con la "matricola intern.to 9473", dove lavorò duramente con le compagne nelle fabbriche belliche naziste. La realtà dei campi colpì immediatamente Ida Desandré e le compagne, ed impararono ben presto che solo con la solidarietà reciproca riusciranno almeno a sopravvivere.
Verso il mese di aprile 1945, approssimandosi il fronte Alleato, le detenute vennero avviate in una "marcia della morte" verso il campo di concentramento di Bergen-Belsen, dove le condizioni di vita da molti mesi erano ormai nulle e nulla vi era per sostenersi. Il 15 aprile 1945 il campo venne liberato dagli inglesi, che iniziarono, in mezzo a difficoltà di ogni genere, l'opera di salvazione di coloro che potevano ancora sopravvivere. Ida Desandré era fra questi e dopo un periodo di ricovero in ospedale a Celle, riuscì a raggiungere il "Centro di raccolta" di Bolzano il 9 settembre 1945 ed Aosta alla fine di settembre del 1945. Anche il marito Giovanni Contardo, deportato in un campo di lavoro presso Lipsia, riuscì a salvarsi ed a tornare ad Aosta, dove mori, nel 1971 a causa di una malattia. La coppia darà alla luce due figli, Lorenzo (detto "Enzino"), nato nel 1946 e Roberto, nato l''anno successivo.

La prima donna insignita come "Chevalier de l'Autonomie". Solo molto tempo dopo, verso il 1976, Ida Desandré iniziò a parlare pubblicamente della sua deportazione politica. La sua volontà di testimonianza e di riflessione si svilupperà fino a pochi anni fa, incontrando, a partire dai primi anni Novanta, classi di studenti e di studentesse di ogni grado, in varie parti d'Italia, ed insegnanti, partecipando a numerosi convegni ed incontri sulla deportazione, in particolare per quanto riguarda le donne.
L'esperienza nei campi di concentramento è stata raccontata in diversi volumi, da "Storie e storia. Emile Chanoux, Primo Levi, Emile Lexert, Ida Desandré fra Resistenza e deportazione", scritto da Luciana Pramotton e Chiara Minelli, pubblicato nel 2001 dall'editore LeChâteau per l'Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in Valle d'Aosta, a cui ha fatto seguito, nel 2008, "Ida Désandré: testimone della deportazione nei lager nazisti" di Silvana Presa: l'anno precedente, nella prima edizione della "Festa della Valle d'Aosta", venne insignita da Luciano Caveri dell'onorificenza di "Chevalier de l'Autonomie" e nel 2013, in occasione del "Giorno della Memoria", le venne assegnata la medaglia d'onore per i deportati e gli internati nei lager nazisti nel corso della Seconda guerra mondiale.

«Nel 1976 la sua prima intervista, un prezioso esempio per tutti noi». «Ida Desandré rappresentava una vera e propria testimonianza della guerra e di tutte le ingiustizie e i soprusi che sempre la accompagnano - ha sottolineato il presidente della Regione, Antonio Fosson - una donna che senza esitazione partecipò, insieme al marito Giovanni Contardo, alla Resistenza, e per questo motivo, una volta catturata, conobbe il dramma dei campi di concentramento, Ravensbrück, poi Salzgitte e infine Bergen Belsen, dove fu liberata il 15 aprile 1945. E forse, il grande merito di Ida iniziò proprio dal momento in cui cominciò a raccontare la sua storia e a testimoniare la sua deportazione davanti a tanti studenti delle scuole, a tanti cittadini valdostani. Nel 1976 rilasciò la sua prima intervista. Da allora, molte sono state le sue testimonianze e Ida è diventata per tutti noi un grande e prezioso esempio, una voce di coraggio e di rigore morale, ma anche di speranza. Un riconoscimento che la Valle d'Aosta ha voluto rimarcare nel 2007 riconoscendole l'onorificenza di "Chevalier de l'Autonomie"».

«Lucidità estrema e meravigliosa, resterà sempre nei nostri cuori». Il Consiglio Valle ha quindi sospeso i lavori, per osservare, durante la seduta pomeridiana, un minuto di silenzio: «abbiamo appreso con molta tristezza che è mancata Ida Désandré - ha annunciato il presidente dell'Assemblea, Emily Rini - partigiana sopravvissuta alla drammatica esperienza dei campi di concentramento, per decenni ha offerto la propria testimonianza per sensibilizzare le persone, in particolare i più giovani, agli orrori della guerra. Proprio nel 2014, come Consiglio regionale avevamo promosso un incontro intitolato simbolicamente "Il passaggio del testimone", in cui Ida Desandré aveva raccontato la propria esperienza in una sala "Maria Ida Viglino" gremita di studenti valdostani. Ricordiamo ancora la forza di questa donna che si racconta con una lucidità estrema e meravigliosa, che ci stupiva con il suo coraggio e che realizzava un'instancabile attività di divulgazione. Oggi la Valle d'Aosta ha perso una delle più grandi interpreti della sua storia contemporanea, ma Ida Desandré resterà sempre nei nostri cuori, così come i suoi insegnamenti di vita».

«Sopravvissuta grazie alla solidarietà femminile». «Ida Desandré era salita sul vagone che la portò al campo di concentramento a Ravensbrück il giorno del suo ventiduesimo compleanno - ha quindi ricordato, in aula, la consigliera Chiara Minelli - Ida è sopravissuta grazie all'aiuto delle sue compagne, la solidarietà femminile che Ida aveva respirato in quel campo è uno dei motivi che le hanno permesso di continuare a sperare e a sopportare le angherie quotidiane cui le prigioniere erano sottoposte. Per molto tempo, Ida non ha raccontato la sua esperienza, lo ha fatto quando era già avanti con gli anni e quando i suoi figli erano già adulti. Ho ammirato il coraggio con cui ha deciso di percorrere tutte le scuole della nostra regione e di raccontare quello che aveva vissuto. Esperienze che le avevano consentito di sviluppare una coscienza civile e politica che l'ha accompagnata per tutti gli anni della sua vita. Pubblicamente voglio ringraziare Ida per la bella persona che è stata e per il suo impegno di donna antifascista e antirazzista».

«Amata dai ragazzi, ma non era accondiscendente». «Ida aveva una cultura immensa, molto semplice ma molto profonda - ha poi aggiunto Chantal Certan, assessore regionale all'istruzione, di Saint-Christophe - molto marcata dalle esperienza dolorose che la vita le aveva riservato. L'ho conosciuta personalmente e aveva ancora quello spirito libero e "pointu", sapeva essere critica, puntuale e diretta. E' riuscita a trasmettere in questi anni tantissimi valori ai ragazzi delle scuole, in modo semplice, diretto e profondo. Era molto amata dai ragazzi, perché non era accondiscendente nei loro confronti, li considerava adulti e cercava di trasmettere il suo bagaglio e la sua testimonianza perché crescessero più forti. Ida si augurava che l'umanità non dovesse mai più ripercorrere un simile periodo storico».

«Ora trasmetteremo noi la tua memoria». «Quei ricordi e quelle parole ora non potranno più accompagnare i nostri giovani - ha quindi ricordato, in una nota, la consigliera regionale Daria Pulz, già direttore dell'Istituto della Resistenza della Valle d'Aosta - come dice David Bidussa in "Dopo l'ultimo testimone", quando rimarremo soli a raccontare l'orrore della Shoah, non basterà dire "mai piú!" né rifugiarsi tra le convenzioni della retorica. Serviranno gli strumenti della storia e la capacità di superare i riti consolatori della memoria. Noi, che abbiamo avuto la fortuna di ricevere in dono la testimonianza diretta dell'ultima sopravvissuta valdostana ai campi di concentramento e di sterminio, vogliamo esprimere il nostro ringraziamento a te, Ida. Ti ringraziamo perché hai dimostrato, con la tua energia e la tua forza, la Resistenza al nazifascismo e, con la solidarietà nei confronti delle tue compagne di reclusione, l'umanità e il rispetto per gli esseri umani anche nelle situazioni più disumane. Non dimenticheremo quanto ci hai insegnato e lo trasmetteremo a nostra volta in tua memoria, Ida».

«Figura di spicco tra i testimoni valdostani della deportazione». Cordoglio è arrivato anche da parte del sindaco di Aosta, Fulvio Centoz, e dalla presidente del Consiglio comunale, Sara Favre, a nome dell'amministrazione comunale ed a titolo personale: «Ida Desandré, partigiana nella banda 13esima “E. Chanoux”, viene arrestata nel luglio del 1944 ad Aosta e fatta prigioniera - hanno ricordato in una nota congiunta - per poi essere deportata nei campi di Ravensbrück, Salzgitter e, infine, Bergen Belsen. Liberata nell'aprile 1945 dalle truppe inglesi, conscia dell'importanza della memoria di quel periodo oscuro, è stata figura di spicco tra i testimoni valdostani della deportazione, condividendo la sua esperienza anche oltre i confini della Valle d'Aosta".
"Ida Desandré era l'ultima testimone della Valle d'Aosta della deportazione nazi-fascista nei campi di concentramento - hanno quindi scritto, in una nota, i consiglieri regionali dell'Union Valdôtaine - ricordiamo con emozione la sua determinazione ed il suo impegno nel raccontare alle nuove generazioni gli orrori arrecati dalla follia umana, che i suoi occhi di giovane donna avevano avuto la sventura e la forza di mantenere nel profondo della sua memoria".

«Mia mamma, una bella persona». Uno dei due figli di Ida Desandré, il musicista Roberto Contardo, ha ricordato la madre su "Facebook": «oggi, 6 marzo 2019, dalle prime ore di questo freddo pomeriggio, la bella persona che mi ha generato, Ida Desandré non c'è più - ha scritto - di lei sappiamo praticamente tutto perché si è trovata suo malgrado a dover raccontare una storia più grande di lei, nonostante lei sia stata più grande della storia. Ora che ha raggiunto quel "bambino nel vento", ho pensato di dedicarle questa famosissima canzone di Francesco Guccini in un intensa interpretazione di Alice. Ringrazio tutti coloro che avranno la bontà di ascoltarla».
I funerali si sono tenuti nel pomeriggio di venerdì 8 marzo, nella chiesa parocchiale di Saint-Christophe: "ricordando la sua vicenda di donna nel corso di un secolo - scrivono dall'Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea della Valle d'Aosta - quello del Novecento, delle guerre mondiali e delle deportazioni di massa e delle lotte e Resistenza europea per l'affermazione dei principi di libertà, uguaglianza e dello stato di diritto, l'Istituto la ringrazia per tutto quello che ha saputo dare alla comunità con generosità e assiduità".

ultimo aggiornamento: 
Giovedì 7 Marzo '19, h.18.10

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