Carlo Ratti a Courmayeur "disegna" la città ideale: «dopo il terremoto bisogna tollerare il periodo di transizione»

Elena Meynet
Carlo Ratti con Lodovico Passerin d'Entrèves durante l'incontro di Courmayeur

Città che si trasformano, mezzi di trasporto che diventano il prolungamento della casa, macchine e mezzi che si guidano da soli: il mondo di Carlo Ratti, ingegnere ed architetto torinese, docente al "Massachusetts institute of technology - Mit" di Boston, è una realtà che si adatta alle esigenze delle persone che la abitano. «Se vogliamo parlare di città perfetta - ha spiegato a Courmayeur mercoledì 24 agosto, nell'ultimo appuntamento degli "Incontri" organizzati nella sua sede dalla "Fondazione Courmayeur Mont Blanc", visto il prolungarsi dei lavori della nuova copertura al "Jardin de l'ange", ed introdotti dal presidente Lodovico Passerin d'Entrèves - citerei un autore francese del secolo scorso, Georges Perec. Quando gli chiesero dove voleva abitare a Parigi, lui rispose: "vorrei in appartamento in cui la cucina guarda verso les Halles, il salotto verso il Parc Monceau", insomma ogni stanza si affacci su un lato diverso della città. In modo simile io credo che come l'appartamento ideale di Perec, un appartamento distribuito, la città ideale oggi sia una città che prende tanti caratteri, una città che prende il clima di Napoli, la topografia di Praga, la cucina fusion di San Francisco e, perché no, la vita notturna di Rio de Janeiro».

Ratti, nominato come uno dei "cinquanta designer più influenti d'America" dalla rivista "Fast Company" e segnalato nella "smart list" tra le "cinquanta persone che cambieranno il mondo" dal magazine "Wired", ha affrontato, davanti al numeroso pubblico, anche la questione di come una città possa resistere meglio ai terremoti, vista la devastazione che è accaduta in centro Italia, commemorata con un minuto di silenzio all'inizio dell'incontro: «la questione dei terremoti è fondamentale - ha raccontato - io ho imparato molto lavorando gomito a gomito con Renzo Piano nella ricostruzione dopo il terremoto dell'Emilia. La cosa importante è che dopo un terremoto non c'è soluzione, non esiste una "bacchetta magica". Necessariamente è fondamentale avere un periodo transitorio, aprire delle tende, poi dei container, ci sarà una transizione. L'errore da non fare è di non andare troppo avanti. Se lo facciamo costruendo qualcosa di transitorio ma che è troppo ben fatto, ci ritroviamo con qualcosa con cui non sappiamo più come interagire. L'aspetto fondamentale è accettare il transitorio come primo punto e poi capire come pianificare di nuovo il lungo periodo. Le città colpite oggi dal terremoto sono nate nei secoli e l'unico modo per ricostruire bene è pensare ai secoli che verranno. Nel frattempo dovremmo tollerare un periodo di transizione».

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