Il sistema italiano di cittadinanza per discendenza – noto da tempo per consentire rivendicazioni attraverso più generazioni di antenati – rimane in vigore, ma con nuovi limiti significativi introdotti dalla legislazione nel 2025 e ora confermati dalla massima corte del paese.
Una sentenza della Corte Costituzionale italiana questa settimana ha respinto le principali sfide costituzionali alla riforma, confermando che le restrizioni introdotte lo scorso anno rimangono valide.
Nonostante i titoli diffusi suggeriscano che l’Italia abbia “abolito” la cittadinanza per discendenza, la realtà è più sfumata. Il principio di jure sanguinis – la cittadinanza passata per linea di sangue – esiste ancora. Ciò che è cambiato è la portata di chi può rivendicarlo.
La decisione conferma di fatto il quadro giuridico introdotto dal governo nel 2025, che ha reso più restrittiva l’ammissibilità per i discendenti di emigranti italiani.
Un sistema un tempo basato sulla discesa illimitata
Per più di un secolo il diritto italiano sulla nazionalità ha funzionato secondo il principio di jure sanguinisconsentendo alla cittadinanza di passare attraverso una linea familiare ininterrotta senza limiti generazionali.
Con quel sistema, milioni di persone in tutto il mondo – in particolare in paesi come Argentina, Brasile, Stati Uniti e Australia – potevano potenzialmente beneficiare della cittadinanza italiana. Tutto quello che dovevano fare era dimostrare la discendenza da un antenato italiano che era vivo dopo l’unificazione del paese nel 1861 e non si era naturalizzato altrove prima della nascita della generazione successiva.
Le uniche restrizioni pratiche riguardavano questioni tecniche come le date di naturalizzazione o la norma storica che impediva alle donne di trasmettere la cittadinanza prima del 1948.
Tuttavia, l’aumento delle richieste negli ultimi anni, spesso provenienti da discendenti lontani con pochi collegamenti diretti con l’Italia, ha stimolato un crescente dibattito all’interno del governo e della magistratura sull’opportunità di inasprire il sistema.
La riforma del 2025
La svolta si è avuta nel marzo 2025, quando il Governo ha varato il Decreto Legge n. 36/2025, poi convertito nella Legge n. 74/2025.
La riforma ha modificato in modo significativo le modalità di riconoscimento della cittadinanza per discendenza alle persone nate fuori dall’Italia.
Il cambiamento fondamentale ha introdotto un limite generazionale al riconoscimento.
Secondo il nuovo quadro, le persone nate all’estero possono normalmente essere riconosciute come cittadini italiani solo se hanno un genitore o un nonno nato in Italia, limitando di fatto l’ammissibilità a due generazioni di discendenza.
La legge ha quindi posto fine alla trasmissione, precedentemente illimitata, della cittadinanza per antenati lontani.
In alcuni casi ha inoltre introdotto condizioni aggiuntive volte a garantire un legame più forte tra i richiedenti e l’Italia, nell’ambito di un tentativo più ampio di ridurre la pressione sui consolati e sui tribunali amministrativi che trattano un gran numero di richieste di cittadinanza.
La riforma è entrata in vigore nel maggio 2025 e si applica generalmente alle domande presentate dopo la fine di marzo dello stesso anno. I casi già archiviati o formalmente avviati prima del cambiamento erano in gran parte protetti dalle nuove regole.
Sfida costituzionale
La riforma ha immediatamente innescato sfide legali da parte dei richiedenti e dei gruppi di difesa che hanno sostenuto che le restrizioni violavano i principi costituzionali. I critici hanno affermato che la legge ha minato un principio legale di lunga data secondo cui la cittadinanza acquisita per discendenza esiste dalla nascita piuttosto che dal momento in cui viene formalmente riconosciuta.
La Corte Costituzionale italiana ha preso in considerazione queste argomentazioni questo mese dopo che diversi tribunali di grado inferiore hanno sollevato questioni sulla costituzionalità della riforma.
Nel suo annuncio iniziale, la corte ha affermato che le obiezioni erano in parte “inammissibili” e in parte “infondate”, consentendo di fatto alla legge di rimanere in vigore.
Titoli contro realtà
La sentenza ha suscitato un’ondata di drammatica copertura mediatica che suggerisce che l’Italia ha abolito del tutto la cittadinanza per discendenza. In realtà il sistema continua ad esistere, ma in forma più limitata.
La riforma non elimina il diritto di richiedere la cittadinanza alle persone con genitori o nonni italiani, né pregiudica chi è già riconosciuto cittadino italiano. Si rivolge invece principalmente alle domande basate su origini più lontane, diventate sempre più comuni quando i discendenti degli emigranti italiani cercavano la cittadinanza europea attraverso rivendicazioni genealogiche.
Un dibattito continuo
La questione resta politicamente e giuridicamente controversa.
I sostenitori della riforma sostengono che limitare le richieste di cittadinanza aiuta a preservare l’integrità del sistema e garantisce che i nuovi cittadini abbiano un legame significativo con l’Italia. Nel frattempo, i critici ribattono che le restrizioni indeboliscono il rapporto storico tra l’Italia e la sua diaspora globale, che conta decine di milioni di persone.
Gli esperti legali sottolineano inoltre che sono probabili ulteriori contenziosi, il che significa che il quadro attuale potrebbe non essere l’ultima parola su come verrà interpretata la cittadinanza per discendenza a lungo termine. Per ora, tuttavia, la decisione della Corte Costituzionale mantiene la riforma del 2025, e con essa un percorso significativamente più ristretto verso la cittadinanza italiana per discendenza.