L’Italia ha formalmente presentato tre candidature per l’inclusione nella lista del patrimonio immateriale dell’UNESCO. Fa parte dell’impegno di lunga data del Paese per salvaguardare le tradizioni radicate nella vita quotidiana, nell’artigianato e nell’identità regionale.
La Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO, su richiesta del Ministero della Cultura, ha confermato giovedì di aver presentato candidature riguardanti il presepe tradizionale, le pratiche di produzione vinicola della Valpolicella e il patrimonio alimentare alpino.
Il “presepe”
Al centro delle proposte c’è il “presepe” italiano – il presepe – una tradizione che va ben oltre la semplice decorazione natalizia. La nomina, intitolata “Il presepe, dalle sue origini alla tradizione culturale, e l’arte di crearlo”, fa risalire le sue origini a San Francesco d’Assisi, a cui è ampiamente riconosciuto il merito di aver messo in scena il primo presepe vivente nel 1223 nella città di Greccio. Da lì, la pratica si è diffusa in tutta Italia, evolvendosi in una forma d’arte complessa che unisce scultura, architettura, teatro e narrazione.
In regioni come Napoli, i presepi divennero molto elaborati, con gli artigiani che realizzavano figurine dettagliate non solo di personaggi biblici ma anche di vita quotidiana, personaggi politici e mestieri locali. I laboratori continuano a produrre figure fatte a mano utilizzando tecniche tradizionali, spesso tramandate di generazione in generazione. La nomina mette in risalto sia l’artigianato artistico coinvolto sia l’aspetto comunitario della costruzione e dell’esposizione dei presepi nelle case, nelle chiese e negli spazi pubblici.
L’iniziativa assume un ulteriore valore simbolico nell’anno in cui ricorre l’800° anniversario della morte di San Francesco. Promossa dall’Italia con la partecipazione di Spagna e Uruguay, la candidatura sottolinea la portata internazionale di una tradizione che rimane profondamente associata all’identità culturale italiana.
Valpolicella ‘riposo delle uve’

Una seconda nomination si concentra sulla produzione dei vini della Valpolicella, in particolare sul “rito del riposo dell’uva”, un processo centrale per alcuni dei vini rossi più rinomati italiani, tra cui l’Amarone. Questo metodo prevede l’essiccazione accurata delle uve raccolte per diversi mesi prima della fermentazione, concentrando zuccheri e aromi. La pratica, conosciuta localmente come “appassimento”, richiede precise condizioni ambientali e un attento monitoraggio da parte dei produttori.
Centrata sulle colline della Valpolicella vicino a Verona, la tradizione riflette una profonda connessione tra paesaggio, clima e competenza umana. I coltivatori fanno affidamento su una conoscenza dettagliata del flusso d’aria, dell’umidità e delle variazioni stagionali, spesso utilizzando solai o essiccatoi dove l’uva viene disposta su graticci o appesa. La nomina sottolinea come questo processo sia parte integrante della cultura locale, modellando i ritmi comunitari, le pratiche agricole e l’identità regionale.
Il dossier è stato sviluppato con il contributo del Consorzio Vino Valpolicella, di istituzioni accademiche e organizzazioni culturali, evidenziando sia le conoscenze tecniche coinvolte sia le strutture sociali che le sostengono.
Patrimonio alimentare alpino

La terza nomina vede l’Italia unirsi a uno sforzo multinazionale incentrato sul patrimonio alimentare alpino. Coordinata dalla Svizzera, con la partecipazione di Francia e Slovenia, la proposta mira all’inclusione nel Registro delle buone pratiche di salvaguardia dell’UNESCO.
Piuttosto che un singolo prodotto, la candidatura al patrimonio alimentare alpino comprende un’ampia gamma di pratiche tradizionali modellate dalla vita negli ambienti montani. Questi includono la migrazione stagionale del bestiame, metodi di conservazione come la stagionatura e la fermentazione e l’uso di ingredienti di provenienza locale adattati alle condizioni di alta quota. I piatti spesso si basano su colture resistenti, produzione lattiero-casearia e tecniche sviluppate per garantire la sicurezza alimentare durante i lunghi inverni.
L’iniziativa mostra come le comunità alpine trasmettono attivamente la conoscenza attraverso le generazioni, dall’agricoltura e raccolta alla cucina e alle tradizioni alimentari comunitarie. Presenta inoltre la regione come un modello di cooperazione internazionale, con pratiche culturali condivise che attraversano i moderni confini nazionali.
Insieme, le tre nomination riflettono la più ampia strategia dell’Italia volta a riconoscere non solo le espressioni culturali iconiche ma anche le pratiche quotidiane che le sostengono. La lista del patrimonio immateriale dell’UNESCO mira a proteggere le tradizioni che le comunità riconoscono come parte del proprio patrimonio culturale, garantendone la trasmissione alle generazioni future.