Il premier Giorgia Meloni si è fatta carico del portafoglio turismo dopo aver forzato le dimissioni di Daniela Santanchè, che si trovava ad affrontare una serie crescente di indagini penali. La decisione di trasformare il ministero nella carica di primo ministro piuttosto che nominare un successore solleva domande acute sulla fiducia e sulle priorità.
Giorgia Meloni è ora, oltre ad essere il Primo Ministro italiano, anche il Ministro del Turismo ad interim. Il presidente Sergio Mattarella ha firmato giovedì il relativo decreto, accettando formalmente le dimissioni di Daniela Santanchè e affidando ad interim il portafoglio del turismo al premier. È una soluzione ordinata a un problema scomodo. Che poi sia sensato è tutta un’altra questione.
Santanchè, 64 anni, era stato un punto fermo del governo Meloni sin dalla sua formazione nell’ottobre 2022, una delle figure più importanti e colorite di Fratelli d’Italia. Per oltre tre anni è sopravvissuta all’opposizione ostile, a una mozione formale di sfiducia nel 2023 e a una crescente valanga di indagini penali, il tutto mentre era aggrappata a un incarico di gabinetto che Meloni aveva rifiutato di spogliarle. Quella pazienza si è finalmente esaurita martedì sera, quando il premier – ancora scosso dalla sconfitta referendaria sulla sua riforma giudiziaria di punta – ha pubblicamente invitato la Santanchè a farsi da parte.
Non nascondo un po’ di amarezza per l’esito del mio viaggio ministeriale,
ma nella mia vita sono abituato a pagare le mie bollette – e spesso anche quelle degli altri.Daniela Santanchè, lettera di dimissioni al premier Meloni
La Santanchè obbedì ma, volutamente, alle sue condizioni. Scrivendo alla Meloni ha detto che si dimetterà «solo su richiesta del leader del mio partito». Si è impegnata a sottolineare che la sua fedina penale è rimasta “senza macchia” e che non stava “facendo di me stessa un capro espiatorio per la sconfitta del referendum”. C’era anche un elemento di calore. “Ci tengo di più alla nostra amicizia e al futuro del nostro movimento”, ha scritto – una frase che per alcuni è stata letta meno come un addio e più come un promemoria di ciò che la Meloni le deve.
Le dimissioni prevalgono sulla mozione di sfiducia
Le dimissioni sono arrivate meno di 24 ore dopo l’appello pubblico della Meloni, e circa una settimana prima di un dibattito parlamentare di sfiducia che avrebbe fornito all’opposizione una piattaforma nazionale dannosa. Il tempismo, pochi osservatori dubitavano, non era casuale.
L’elenco dei casi giudiziari della Santanchè e il suo periodo da ministro del Turismo
Santanchè nega ogni addebito. Ma l’ampiezza della sua esposizione legale – quattro procedimenti separati, tutti attivi contemporaneamente – l’aveva resa da tempo una responsabilità. Lei stessa aveva dichiarato pubblicamente che si sarebbe fatta da parte se rinviata a giudizio per la frode all’INPS.

Quella soglia non è mai stata formalmente raggiunta; la sua uscita è avvenuta per motivi politici piuttosto che legali. Quando si è diffusa la notizia delle sue dimissioni nella camera bassa del parlamento sono scoppiati degli applausi, con il principale Partito Democratico dell’opposizione che le ha accolte favorevolmente, pur sottolineando che erano arrivate anni troppo tardi.
Il caso verrà ricordato anche per un motivo meno solenne. Santanchè ha supervisionato, nel 2023, la sfortunata campagna turistica italiana “Aperti a Meraviglia”, che ha reinventato la Venere di Sandro Botticelli come un influencer dei social media mangiatore di pizza. La campagna è stata ampiamente ridicolizzata a livello nazionale e internazionale ed è diventata sinonimo di sordità governativa sulle questioni culturali.

Commento dell’INO
Di chi si fida la Meloni o non prende sul serio il ruolo del turismo?
C’è una lettura ovvia della decisione di Meloni di assorbire il portafoglio del Turismo nella presidenza del Consiglio dei ministri piuttosto che nominare immediatamente un sostituto: si tratta di un governo temporaneo, un breve interregno prima che venga nominato un successore. Non è insolito che i primi ministri italiani assumano portafogli ad interim.
Ma la disposizione merita di essere esaminata più da vicino. L’Italia è uno dei paesi più visitati al mondo, una destinazione che ha generato oltre 84 miliardi di euro di entrate turistiche nel 2024, pari a circa il 12% del PIL nazionale. Il settore impiega direttamente circa 1,5 milioni di persone ed è un pilastro strategico dell’economia in decine di regioni. Non si tratta, in altre parole, di una piccola lettera amministrativa da infilare sotto una pila di altre cartelle.
Non c’è nessuno degno del ruolo?
Il che solleva la prima domanda scomoda: la Meloni non ha qualcuno in Fratelli d’Italia, o tra i suoi partner di coalizione, di cui si fida abbastanza da ricoprire il ruolo? In un partito che è al governo da quasi tre anni e mezzo, l’incapacità, o la riluttanza, a nominare un successore immediato suggerisce o una panchina esile di figure capaci e incontaminate, o un calcolo politico secondo cui la nomina è troppo delicata per essere affrettata nel clima attuale. Il governo è già sotto pressione dopo la sconfitta del referendum e le tre dimissioni in due giorni. Una nomina ministeriale pasticciata o controversa sarebbe l’ultima cosa di cui la Meloni ha bisogno.
La seconda domanda è più fondamentale: un Primo Ministro in carica dovrebbe assumere un portafoglio ministeriale aggiuntivo, anche temporaneamente? La carica di Primo Ministro in Italia, come nella maggior parte delle democrazie parlamentari, è già tra le più impegnative nella vita pubblica. La Meloni sta gestendo una coalizione tripartitica, navigando in un rapporto difficile con Bruxelles, gestendo un’agenda attiva di politica estera che include l’Ucraina e le relazioni con Washington, e ora assorbendo le ricadute politiche della sua prima significativa sconfitta interna. Aggiungere una scatola rossa ministeriale a quel carico, anche se brevemente, non è un segno di forza. È il segno di un governo che, in un momento critico, è rimasto a corto di personale.
Responsabilità delle figure apicali
C’è anche la visione degli eventi di questa settimana. La Meloni si è posizionata come leader della disciplina e della responsabilità. Non si può dire che sia sempre disposta ad agire con decisione contro la cattiva condotta nelle sue stesse fila. È stata necessaria una grave sconfitta referendaria per estromettere Delmastro e Santanchè, membri del suo partito che hanno motivi legali contro di loro. Ma forzare tre dimissioni in 48 ore è decisivo. Ma la decisione di intascare lei stessa il portafoglio risultante, piuttosto che dimostrare fiducia in un collega di partito, mina in qualche modo quella narrazione. Sembra meno un premier al comando e più un premier che non riesce a lasciare andare il volante, o non riesce a trovare nessun altro abbastanza affidabile a cui affidarlo.
Per ora il brief sul turismo resta a Palazzo Chigi, in attesa. La questione di chi alla fine lo gestirà, e se la Meloni potrà nominare quella persona rapidamente e senza ulteriori controversie, sarà un primo test per verificare se l’epurazione che ha iniziato abbia effettivamente rafforzato il suo governo, o semplicemente abbia messo in luce quanto sia diventato teso.