In questo giorno: muore il poeta Giacomo Leopardi

Il 14 giugno 1837 muore a Napoli, all’età di 38 anni, Giacomo Leopardi, poeta, filosofo e una delle menti letterarie più originali della tradizione italiana, vittima dell’epidemia di colera che allora dilagava in città. In una vita segnata da sofferenze fisiche, isolamento intellettuale e crepacuori seriali, ha prodotto un corpus di opere che è tra i più grandi del XIX secolo.

Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro Leopardi nacque il 29 giugno 1798 a Recanati, piccola cittadina collinare delle Marche allora parte dello Stato Pontificio. Suo padre, il conte Monaldo Leopardi, era un nobile conservatore con la passione per i libri e una biblioteca all’altezza. Sua madre, Adelaide Antici, era una donna fredda e devotamente religiosa la cui indifferenza alla sofferenza del figlio avrebbe oscurato la sua vita e la sua poesia. La famiglia era aristocratica ma finanziariamente precaria, e Giacomo crebbe in una famiglia caratterizzata dall’austerità e dalla repressione intellettuale.

Ciò che colmò il vuoto fu la biblioteca di suo padre. Leopardi vi si gettò con un’intensità che fu allo stesso tempo la sua creazione e, in definitiva, la sua rovina. All’età di 16 anni padroneggiava in modo indipendente il greco, il latino, l’ebraico e diverse lingue europee moderne, producendo traduzioni di testi classici e commenti accademici originali di una qualità che stupì i filologi che li incontrarono. In seguito descrisse i sette anni tra il 1810 e il 1817 come il suo periodo di “studio folle e disperato” e il suo corpo ne pagò il prezzo. Ha perso la vista da un occhio, ha sviluppato una grave curvatura della colonna vertebrale e una condizione cerebrospinale che gli ha causato dolore cronico per il resto della sua vita. Leopardi uscì dall’adolescenza rotto nella salute ma formato come pensatore.

Le prime poesie di Giacomo Leopardi

Costretto a sospendere gli studi, Leopardi si rivolse alla poesia come sfogo al dolore che non riusciva più a contenere. Nel 1816, appena diciassettenne, compose Appressamento della morte, una canzone visionaria in terza rima – la metrica di Dante e Petrarca – che esprimeva il suo senso di desolazione fisica ed esistenziale. L’anno successivo si innamorò brevemente e dolorosamente della cugina sposata Geltrude Cassi, in visita a Recanati, e di quell’esperienza scrisse un diario e l’elegia Il primo amore. Poi, nel 1818, Teresa Fattorini, la giovane figlia del cocchiere di suo padre, morì di tubercolosi. Leopardi la conobbe appena, ma la sua morte albergava in lui; dieci anni dopo, trasfigurata dal tempo e dal dolore, sarebbe diventata Silvia.

Nel 1819, in uno straordinario slancio di concentrazione lirica, Leopardi compose L’Infinito. La poesia è lunga quindici versi. Chi parla siede su una collina sopra Recanati, guarda una siepe che gli impedisce la vista, e immagina, al di là di essa, spazi e silenzi infiniti, tempo eterno passato e presente. La mente è sopraffatta. E l’immagine finale – “il naufragar m’è dolce in questo mare” – divenne uno dei versi più famosi di tutta la letteratura italiana. Composto come notazione privata da un giovane che non poteva lasciare la sua casa, i critici lo considerano ora uno dei capolavori del romanticismo europeo.

I Canti

L’Infinito formava una raccolta insieme alle altre poesie di Leopardi nei Canti, l’opera per la quale è principalmente conosciuto. La raccolta, pubblicata per la prima volta a Firenze nel 1831 e successivamente ampliata, abbraccia tutta la sua carriera poetica e traccia un viaggio filosofico dalle canzoni patriottiche alla profonda disperazione lirica della sua maturità. Tra le sue poesie più celebri c’è A Silvia (1828), scritta a Pisa e attingendo alla memoria decennale di Teresa Fattorini. In esso Leopardi si rivolge direttamente alla ragazza morta, invocando la sua voce cantata che proveniva da una stanza vicina nell’estate della sua giovinezza. Usa la sua morte prematura come un’immagine di speranza estinta prima che possa essere messa alla prova con la realtà. Silvia, la speranza, la giovinezza stessa, tutte distrutte dallo stesso destino indifferente. La musicalità e la immediatezza emotiva del poema ne fanno una delle elegie più commoventi di qualsiasi lingua.

Nello stesso periodo produttivo – i cosiddetti canti pisano-recanatesi, scritti tra il 1828 e il 1830 – nascono Il sabato del villaggio e La quiete dopo la tempesta. Entrambe le poesie seguono lo stesso metodo strutturale: si aprono con immagini vivide e tenere della vita ordinaria prima di giungere a una cupa conclusione filosofica. Ne Il sabato l’attesa della domenica è più dolce della domenica stessa; per estensione, tutto il piacere della vita è semplicemente il sollievo temporaneo del dolore, e il meglio che si può sperare è godersi l’aspettativa prima che arrivi la realtà. Ne La quiete la conclusione è ancora più cruda: i piaceri offerti dal calmarsi di una tempesta sono piaceri nati dalla cessazione della sofferenza. La gioia, per Leopardi, è sempre stata l’ombra del dolore, non il suo contrario.

Il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, anch’esso di questo periodo, è tra i suoi successi più inquietanti. Un pastore si rivolge alla luna e chiede, attraverso 143 versi di straordinaria bellezza, a cosa serve la vita e perché esiste la sofferenza. La luna, come sempre fa la natura nelle opere di Leopardi, resta del tutto silenziosa.

Lo Zibaldone e le Operette Morali

Accanto alla sua poesia, Giacomo Leopardi ha lasciato due importanti opere in prosa che gli assicurano un posto nella storia del pensiero europeo. Lo Zibaldone di pensieri è un taccuino privato che tenne dal 1817 al 1832. È lungo 4.526 pagine e riflette sul linguaggio, l’estetica, la letteratura antica e moderna, la natura, la felicità, la noia e la condizione umana. Pubblicato nel 1898, decenni dopo la sua morte, è oggi riconosciuto come uno dei documenti intellettuali più straordinari del XIX secolo. È una conversazione individuale con tutto il pensiero occidentale nel buio di una biblioteca di provincia.

Le Operette morali, pubblicate nel 1827, sono una raccolta di 24 dialoghi in prosa. La natura parla ad un islandese e gli dice, senza scuse, che non ha alcun interesse per la felicità umana; i morti confrontano le loro opinioni sulla futilità della vita; Litigio tra storia e filosofia. Il tono è ironico, controllato e devastante. Questi dialoghi sostengono lo stesso argomento della poesia – che la natura è indifferente, che la sofferenza è universale, che le illusioni umane sono necessarie e condannate – ma nella modalità della commedia filosofica piuttosto che dell’elegia lirica.

Esilio, amore e gli ultimi anni di Leopardi

Dopo anni di vani tentativi di lasciare Recanati – una città che chiamava “borgo selvaggio” e che associava a tutto ciò che è angusto e provinciale – Giacomo Leopardi riuscì finalmente a fuggire definitivamente nel 1830. A Firenze si innamorò profondamente e infelicemente della nobildonna Fanny Targioni-Tozzetti, che era affascinante, colta e del tutto disinteressata sentimentalmente a lui. L’esperienza ha prodotto alcune delle sue ultime poesie più amare, conosciute collettivamente come il ciclo Aspasia, incluso il bruciante A se stesso (A se stesso), in cui rinuncia all’amore e alla speranza allo stesso modo in cinque versi spietati.

A Firenze strinse anche una profonda amicizia con Antonio Ranieri, un giovane esule politico napoletano, che divenne il suo più stretto compagno e futuro badante. Nel 1833 i due uomini si stabilirono insieme a Napoli. Leopardi era ormai in visibile declino fisico, la sua vista era gravemente compromessa, il suo respiro affannoso. Ma a Torre del Greco, alle pendici del Vesuvio, scrisse la sua ultima e forse più grande poesia: La Ginestra.

La Ginestra

La ginestra, o il fiore del deserto, composta nel 1836, è il testamento di Leopardi. La poesia prende il titolo dalla pianta di ginestra che colonizza i campi lavici del Vesuvio. Leopardi la usa come immagine di sopportazione dignitosa e non sentimentale: la scopa non pretende che la lava non ritorni più; semplicemente fiorisce e persiste sulle pendici della stessa forza che alla fine lo distruggerà.

Ginestra nel Parco Nazionale del Vesuvio © Carlo Falanga https://www.parconazionaledelvesuvio.it/

La poesia è sia un’affermazione filosofica che politica. Leopardi attacca il progressismo ottimista della sua epoca – la fede liberale nella ragione, nella scienza e nel miglioramento umano – come una forma nuova e particolarmente compiaciuta di autoinganno. La sua controproposta non è disperazione ma solidarietà: solo affrontando onestamente la realtà della fragilità umana e l’indifferenza della natura, senza illusioni consolanti, gli esseri umani possono sviluppare un’autentica compassione gli uni per gli altri. La ginestra è lunga, discorsiva, profetica e magnifica. Oggi è considerato uno dei massimi successi della poesia romantica italiana.

Il colera uccise Giacomo Leopardi l’anno successivo. Morì il 14 giugno 1837, nella casa napoletana condivisa con Ranieri, che rimase con lui fino alla fine. Aveva 38 anni.